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Autore Topic: Marshall PLEXI "part 2" - 1968 e 1969: storia dei 100W Marshall più famosi  (Letto 14825 volte)

Offline Tone Anderson

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Nel precedente capitolo ci eravamo lasciati con la nascita delle prime JMP, e con l'introduzione dei trasformatori Dagnall alla fine del 1967.
E se già c'erano stati un sacco di cambi finora, ecco cosa succede quando arriviamo all'anno di transizione per eccellenza, ossia il........









1968

Gia’ a Gennaio/Febbraio (salvo rimanenze di magazzino successive) i seriali del pannello in plexiglass posteriore cambiano da 10xxx a 12xxx: tale variante diverrà in poco tempo uno degli ampli piu’ famosi e più celebrati sui dischi classic rock, rock/blues, hard rock, ed AOR, sia in UK che in USA.


Fig: Seriale 12xxx

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Perché tale fama? Il cambio di seriale è significativo in quanto si può considerare concomitante ad un cambio circuitale drastico, che verrà mantenuto per tutti gli anni successivi di Marshall fino ai nostri giorni: il circuito Lead, infatti, ora si differenzia dal Bass non piu’ solamente per il piccolo bright cap, ma anche per molteplici altre combinazioni di valori diversi sulla board, ognuno diretto a mettere in maggiore evidenza le frequenze medio-alte e tagliando invece le basse, notoriamente confusionarie quando gli amplificatori entrano in saturazione.
 “Notoriamente”, perché oggi è universalmente risaputo, ma nel 1968 Jim fu probabilmente uno dei primi ad applicare questo concetto ad un amplificatore per chitarra elettrica. Va infatti ricordato che fino ad appena un triennio prima, la distorsione in un amplificatore veniva in realtà considerata un difetto.

Uno di questi nuovi e differenti valori dei modelli Superlead, è per esempio la combinazione del tonestack (che influisce sull’EQ dell’ampli) da 500pf/33K, al posto dei precedenti 250pf/56K: quest’ultima combo verrà mantenuta per i modelli Superbass.
La combinazione tonestack di tipo lead da alla chitarra un guizzo più canterino sulle sue frequenze più distintive, e viene introdotta in via definitiva forse proprio grazie ad Hendrix, il quale pare ne chiese l’implementazione sui suoi amplificatori gia’ due anni prima (leggere anno 1966 a riguardo).

Inoltre, per la prima volta si sceglie di differenziare drasticamente il voicing tra i 2 canali (ricordiamo che i 4 ingressi sul frontale di un JMP sono divisi tra due canali, ognuno dei quali con un low e un high, a diversa sensibilità), rendendo il primo canale molto più brillante ed acuto rispetto al secondo. Tale nuovo circuito di preamp prende il nome di “split cathode” ed è una tappa che si rivela decisamente fondamentale per la futura riconoscibilità immediata del suono Marshall.
Il valore della resistenza di feedback aumenta da 27k a 47K, di conseguenza lo stadio finale di amplificazione diventa più asciutto e diretto, le medioalte vengono rese ancora piu’ graffianti e proiettate in avanti.
Infine, la costante presenza dei trasformatori Dagnall (vedasi anno 1967 a riguardo).

Da questo momento, l’amplificatore acquista un impronta decisamente rock e più votata al solismo, o comunque a parti ritmiche incisive e ben in evidenza nel mix, non più dirette al solo accompagnamento ritmico o di sottofondo alla voce.
In effetti, semplificando di parecchio, si potrebbe dire che nella storia Marshall, piu’ si va avanti negli anni e piu’ gli ampli passano da morbidi, caldi, scuri, avvolgenti e tridimensionali, a sparati, aperti ed urlanti, perdendo qualcosa nella complessità armonica, ma allo stesso tempo migliorando la capacità di inserirsi come frequenze in un contesto di basso e batteria ad alti volumi, tipico del rock.

Il trasformatore di uscita (Dagnall C1998) alla fine dell’anno viene roteato di 90° per diminuire il rumore causato dalle interferenze elettromagnetiche rispetto a quello di alimentazione. Modifica che si accompagnerà inoltre ad un nuovo filtraggio ulteriormente incrementato. Entrambi i mutamenti perdureranno lungo tutta l’epoca JMP, quindi per più di dieci anni nel complesso.

Descriveremo tuttavia in dettaglio questo nuovo filtraggio ed i suoi effetti non ora, bensì sotto il seguente anno 1969. Questo in quanto, pur essendo nella realtà una modifica avvenuta a cavallo tra questi due anni adiacenti, solo a fine 1968 essa diventa permanente e non più a singhiozzo, e viene quindi ricordata come peculiare e tipica degli ampli prodotti  solamente dopo tale anno.
Per tutta la prima metà dell’anno in corso ed anche un po’oltre, viene quindi ancora usato il filtraggio con valori di compromesso tra quelli bassi dei vecchi amplificatori e tra i futuri incrementati valori in stile metal panel.  Resta quindi la stessa via di mezzo gia’ implementata alla fine del 1967, risultante molto bilanciata complessivamente come risposta (leggere anno 1967 a riguardo).




Il corso del 1968 in effetti, si dimostra poco costante parlando in termini cronologici di progressione del circuito 1959 (Superlead): ad esempio, non è così infrequente trovare in periodi vicini degli esemplari con il vecchio circuito di tipo shared cathode e tuttavia prodotti più tardi (quindi anagraficamente più giovani), di esemplari con circuito split cathode prodotti invece antecedentemente ad essi, mentre a rigor di logica dovrebbe essere il contrario.

Va tuttavia precisato che più ci si avvicina alla fine dell’anno, piu’ il classico circuito “split cathode” sopra descritto prenderà piede in pianta stabile sui modello Superlead, soppiantando il  precedente circuito shared cathode in via pressoché definitiva. Alla fine del 1968, e nell’intera totalità all’inizio del 1969, ogni esemplare del modello Superlead lo implementerà di default, rendendolo “de facto” lo standard dei suoni rock di chitarra.
I modelli Superbass resteranno invece permanentemente con il vecchio circuito shared cathode/JTM, più caldo e scuro..ma adotteranno man mano i rispettivi trasformatori e filtraggi della successiva cronistoria Marshall.

Il suono delle JMP Superlead Plexi del 1968 è immediatamente riconoscibile per la particolare caratteristica, piuttosto unica nel loro genere, di avere una notevole aggressività in fase ritmica se richiesto, ed un ottima riserva di guadagno (con humbucker è possibile ottenere suoni solisti in stile violino), ma allo stesso tempo di mantenere sempre una certa eleganza timbrica unita ad una alta musicalità. Infine molto apprezzabile è la dinamica con ogni settaggio:
Sentiamo alcune dimostrazioni di JMP Superlead 12xxx split cathode del 1968 per capire di che suoni parliamo:

(Il primo da visualizzare esternamente su youtube)







Non poteva mancare un esempio di uno degli alfieri dei suoni rock vecchia scuola, Eddie Van Halen, anche se a onor di cronaca va precisato che l’ampli non è completamente stock:

 


Nondimeno è troppo diversa la rispettiva versione Superbass, che raggiunge analoghi risultati roccheggianti semplicemente compensando l’EQ tramite l’aggiunta di più alte e medie frequenze, e limitando le basse. Il suono è più fermo e meno canterino, più robusto e meno strillante sulle alte frequenze per via delle differenze circuitali già illustrate, ma il carattere timbrico di base resta  praticamente identico, a riprova della drastica importanza dei trasformatori:






Senza dubbio l’utilizzatore piu’ famoso della serie 12xxx è Eddie Van Halen. La sua ricreazione più famosa è il Metroamp 12xxx.
Altri artisti degni di nota? Billy Gibbons, e Jimi Hendrix durante gran parte del 1968. Angus young predilige invece questa annata in versione 50W.











1969


In questo anno, l’ultimo dell’epoca plexi, il circuito split cathode farà la parte del leone sui modelli Superlead: non si tornera’ piu’ indietro altresì in tutti gli anni successivi, e il circuito Bass/Jtm (con shared cathode) verrà utilizzato solo per i modelli Superbass, P.A., e in seguito Organ.

Il cambiamento circuitale (dunque sonoro) più rilevante, è ora sul filtraggio: esso aumenta ulteriormente e già subito, a Gennaio, raggiunge il suo valore definitivo, che resterà stabile in tutte le incarnazioni successive dei JMP fino alla fine degli anni 70.
Il mains è ancora da 50uf come nel 1968, ma gli screens salgono da 16uf a 50uf (questo rende l’ampli davvero percettibilmente più “diretto” e a fuoco), inoltre anche il preamp raggiunge lo stesso valore (passa dai 16uf, 20uf o 32uf- usati in precedenza-, a 50uf). La Phase inverter, addirittura, raddoppia e arriva a 100uf. Evidente come Jim cerchi in tutti i modi di rendere il suono dell’ampli sempre più compatto e“dritto come una spada”.

Tutti i condensatori di fitro, ora, sono inoltre situati SOPRA allo chassis, mentre prima erano sempre stati sotto, montati su una board separata all’interno dello chassis: con l’eccezione, nell’anno precedente, del cap della Phase Inverter e di quello di preamp: durante il 1968 il primo od entrambi, erano gia’ stati spostati sopra. Riconoscibile è il quartetto di caps di filtro tra i due trasformatori.

Fig: Filtraggio stile 1969
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Fig: Filtraggio stile 1968 (notare anche il diverso orientamento del trasformatore di uscita)
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Fig: caps di filtro  interni (1968)
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Questo ulteriore aumento nel filtraggio del circuito indurisce il feel dell’ampli ma allo stesso tempo lo rende più stabile e compatto ad alti guadagni ed alti volumi, quindi in condizioni di uso con molta distorsione (ricordiamo che comunque non si arriva mai a distorsioni spinte come negli amplificatori metal di concezione moderna), oltre a renderlo più percussivo e definito sulle parti ritmiche.
Gli svantaggi sono che le parti bluesy mancano un po’ di complessità e tridimensionalità, e vi è la perdita di di presenza sulle frequenze basse e medio basse. Ciò rende l’ampli piuttosto tagliente a basso guadagno e bassi volumi. Comunque, usato con una Les Paul ed un volume molto sostenuto, più di una persona definisce questa versione come il paradiso del suono crunch hard rock.

Altri cambi importanti sono: il canale bright dello split cathode passa dalla combinazione 820ohm/0.68uf a quella 2,7K/0.68u, valore che perdurerà per tutto il decennio 70’s. Questo va sempre nella stessa direzione generale: si smagriscono le basse, si affila ed incattivisce ancora di più il suono.
In sintesi, l’ampli diventa ottimizzato per l’utilizzo con humbucker, dato che in quegli anni era in costante incremento la richiesta di suoni piu’ cattivi ed incisivi.

Ecco cosa si intende per suono più dritto ed affilato:





L’eccezione pero’ vuole che un certo Jimi Hendrix abbia usato questo amplificatore (12xxx fine 1968/inizio 1969 con tardo filtraggio) a Woodstock con la sua Stratocaster del 1968 olympic white maple cap, ottenendo un “discreto” suono anche con pickup single coil… pare, anche se per ovvi motivi non si può avere conferma oggettiva, che gli ampli fossero stati modificati unendo i canali in shared cathode come i precedenti: in ogni caso, guardando le foto, si puo’ notare come gli amplificatori fossero linkati in catena l’uno nell’altro ottenendo un effetto preamp aggiuntivo, che rende assai difficile qualunque confronto timbrico con l’uso di singoli ampli.

Fig: Jimi Hendrix a Woodstock

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Infine quindi, una “demo” d’eccezione:

(Da visualizzare esternamente su youtube)

NOTA: storicamente, la produzione di Marshall ha utilizzato, sopratutto per i componenti della board, diversi tipi di marche essenzialmente equivalenti tra loro come valori nominali, pur rispettando degli schemi di base ben precisi a seconda del periodo (anche se tali schemi sono assai mutevoli a brevi distanze cronologiche, come appunto stiamo vedendo in questa dispensa). Ciò fu molto probabilmente dovuto a motivi di magazzino e disponibilità di stock dei vari fornitori.
Pertanto, puo’ capitare di vedere amplificatori prodotti a distanza di poche settimane l’uno dall’altro, circuitalmente identici, ma con componenti di marche diverse. Naturalmente condensatori Erie, TCC, Wima, Philips Mustard, RS, Hunts, tutte parti tipiche del mercato inglese dell’epoca, sono all’ordine del giorno, ma non sempre furono usati nelle stesse percentuali e soprattutto nelle stesse quantità. Questo, assieme ad altri motivi che non affrontiamo nello specifico (occorrerebbero decine di pagine) ha contribuito a formare la diffusa fama che “i vecchi Marshall suonano tutti diversi”. Un po’ come le vecchie chitarre, grossomodo simili a parità di modello, ma ognuna con il proprio carattere unico e ben distinto da altre!

Una piccola curiosità, uno degli ampli Hendrixiani in questione più famoso, giunto ai giorni nostri, non montava i più diffusi caps di segnale Mustard, bensì dei Wima (usati anche nei Vox AC30). Le biografie di Hendrix indicano la disponibilità a quell’epoca di circa una decina di stack JMP diversi: la scelta fu dunque casuale o voluta? Ai posteri l’ardua sentenza:

Fig. JMP Plexi superlead 1969 Jimi Hendrix
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Fig: JMP Plexi superlead 1969 Jimi Hendrix - Board
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In questa foto, seppur assai sfocata, è visibile la modifica a shared cathode. Naturalmente, visti i 40 e più anni di vita dell’amplificatore, non è dato sapere con certezza se tale modifica sia stata implementata nel 1969 su richiesta di Hendrix stesso, o se venne effettuata dai successivi possessori.


Fig. JMP Superlead 1969 con caps Wima
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Sempre in quest’anno vi sono alcuni cambi ulteriori, di carattere estetico..gia’ dai primi mesi, Febbraio/Marzo , i cabinet delle testate passano da flat lip a round lip, ossia il bordino (labbro) sotto il pannello frontale.
I plug dei selettori di voltaggio e impedenza passano dal jumper piccolo in stile vox al jumper più grosso “window style”.
Il seriale degli ampli prodotti in quest’anno torna di nuovo 10xxx come nel 1967, anche se la numerazione è diversa dalla precedente serie, in quanto il suffisso era SL. Ora il suffisso è invece “SL/A”.



Agosto: ultimo pannello in plexiglass montato e stock esaurito! La Plexi-era finisce qua.


Da Settembre in poi il pannello frontale diventa in brushed aluminium, e gli ampli verranno ora chiamati “metal panel” dagli addetti ai lavori…non più“Plexi”.
Il seriale ora passa a SL/X xxx ma senza più il 10 davanti, e viene inciso direttamente sul metallo del pannello posteriore. Da qui in avanti, la lettera X indicherà l’anno di produzione (A=1969 e 1970, la B viene saltata, C=1971, D=1972, E=1973, ecc..)
La board interna del circuito, da paxolin traforato di color rosso scuro o arancio, cambia inoltre materiale e colore, diventando marrone scuro.

Fig: 1968/1969 Plexi Paxolin board
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Fig: 1969/1970 Metal Panel board
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Ma quello che probabilmente in molti vorrebbero sapere è: in termini di circuito, cosa cambia tra il prima e il dopo Plexi..? Sostanzialmente, per circa i 3 mesi successivi,  quasi niente: almeno fino a fine 1969, l’amplificatore resta praticamente identico.
Tranne che… saltuariamente, in questo periodo di fine anno, di tanto in tanto Marshall inizia a sostituire il trasformatore di alimentazione usando un Dagnall stand-up, ossia montato “in piedi” sullo chassis. Ricordiamo che il precedente T2562 era “laydown”, ossia sdraiato.

Fig.: Dagnall T2562 lay-down:
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Fig: Dagnall stand-up:
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Perché tale cambio? Per lo stesso motivo per cui, alla fine dell’anno precedente, il Dagnall C1998 di uscita venne roteato di 90 gradi (leggere anno 1968 a riguardo): l’orientamento del campo elettromagnetico di un trasformatore in piedi disturba in misura minore il circuito sottostante lo chassis. Inoltre, il cablaggio all’interno dello chassis stesso risulta più pulito, più gestibile, in quanto meno fili e meno collegamenti sono presenti.
In precedenza furono sempre usati trasformatori di tipo lay-down allo scopo di abbassare il baricentro dello chassis: uno stand-up non sarebbe comunque stato sicuramente possibile sui telai in alluminio, prodotti fino a meta’ 1967, si sarebbero deformati. Ma ora l’optimus di efficienza produttiva era stato raggiunto, i volumi avevano iniziato ad aumentare considerevolmente, l’ingegnerizzazione del prodotto aveva ormai compiuto il grosso del proprio percorso, ed era rimasto ben poco da modificare nel progetto. Pertanto, circa due anni dopo la prima introduzione dello chassis in acciaio, si decise per questo cambio, che nel giro di breve tempo diventerà definitivo.
Va infatti considerato che tale nuovo layout dello chassis e dei trasformatori andrà avanti per ben tutto il decennio successivo degli anni 70, perdurando persino all’introduzione e seguente produzione della serie JCM negli anni 80.

Si puo’ pensare che il trasformatore di alimentazione non conti, o comunque influisca poco, ai fini sonori, ma si commetterebbe un errore. Difatti, non solo le JMP con trasformatore stand-up hanno un voltaggio mediamente sempre superiore a quelle con il T2562 laydown precedente, ma hanno anche caratteristiche di erogazione della corrente molto diverse.
Il voltaggio del T2562 è infatti tra i 475 e i 490V. Quello del T4145 è invece solitamente 490-510V, anche se puo’ tranquillamente arrivare a 520V negli anni immediatamente successivi (vanno sempre ricordate le ampie tolleranze manifatturiere dei fornitori dell’epoca, le parole d’ordine sono robustezza e qualità ,ma anche incostanza e scarsa riproducibilità in serie). Fin qui, in sé non vi sarebbero differenze timbriche apprezzabili in maniera eclatante.

Tuttavia tra i due trasformatori vi è un'altra ben più rilevante differenza. Il T2562, quando  l’ampli è spinto a livelli alti o comunque vicini ai limiti, va in crisi prima e fa progressivamente mancare corrente all’amplificatore, causando un arrotondamento del suono: il cosiddetto “sag” dell’amplificatore, quella compressione che alcuni amano ed altri evitano. Una compressione ottenuta in questo modo è certamente musicale in quanto non lineare, per certi versi simile dunque a quella che si ottiene con le valvole finali spinte oltre il loro limite nominale (effetto “ampli a palla”).
Le versioni con il T4145 restano invece piu’ “dure al pezzo” come voltaggi fino a fondo corsa, risultando quindi più rocciose, più dure e definite, tuttavia meno calde, tridimensionali, ed avvolgenti come sonorità, e delineando in maniera esemplare le tipiche caratteristiche che renderanno fortemente riconoscibili le JMP metal panel durante l’inizio degli anni 70.

In effetti, la linea di spartizione tra il trasformatore di alimentazione di tipo lay-down ed i primi stand-up sembra essere proprio l’Agosto 1969, che, incidentalmente, coincide con l’abbandono dei pannelli in plexiglass e dunque la fine della cosiddetta “Plexi era”.
Comunque, a partire da Settembre 1969, fino all'inizio del successivo anno 1970, si possono trovare sia esemplari di JMP metal panel con T4145 che con T2562 (da metà di tale annata in poi, invece, lo stand-up diventa invece sempre più frequente, fino a diventare una costante durante gli ultimi mesi): gli ultimi T2562 avranno i cavi non più di tipo self lead, bensì con guaina esterna in plastica, e piccole alette di metallo inclinate, di fianco agli avvolgimenti.
Inoltre, sempre alla fine dell'anno seguente si vedrà un nuovo e sostanziale cambio del trasformatore di uscita.


La ricreazione più diffusa delle JMP del 1969 (anche se non è precisa al 100%) è il Marshall 1959HW.
Oltre a Hendrix, vogliamo fare un altro nome “di peso” che ha usato una SuperLead del 1969, per capirci? Jimmi Page!
















1970

Qui si entra in piena metal panel era e… to be continued……






La presente è di proprietà intellettuale del sottoscritto.
Per citazioni anche parziali del presente articolo, viene richiesto di riferire sempre la fonte.


Fonti:
-Vintageamps.com forum
-Roe Fremstedal “The Evolution of the 100W Circuit: From JTMs to JMP Superleads”
-Michael Doyle “The History of Marshall”
-Amparchives.com
-Harry Shapiro – Caesar Glebbeek “Jimi Hendrix: Electric Gipsy”
-Metroamp.com forum
-Prolungata osservazione (e uso!) di numerosi esemplari.
Ferro azzurro ama Anacott Acciaio!

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Offline manolesta

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Re:Marshall PLEXI "part 2" - 1968 e 1969: storia dei 100W Marshall più famosi
« Risposta #1 il: 28 Dicembre, 2012, 18:42:33 »
ARRRRRGGGGGGHHHHHHHHH :twisted:

MITICOOOOOOO =P~ =P~ =P~ :P :P :mrgreen: :mrgreen: :mrgreen: =D> =D> =D> =P~ =P~ =P~

Offline Marco78

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Re:Marshall PLEXI "part 2" - 1968 e 1969: storia dei 100W Marshall più famosi
« Risposta #2 il: 28 Dicembre, 2012, 19:26:59 »
Prima di questi tuoi articoli per me esisteva solo la plexi  :mrgreen:... ora mi sono più chiare molte cose. Credo di preferire le prime plexi...  :P

Offline Liride_Luke

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Re:Marshall PLEXI "part 2" - 1968 e 1969: storia dei 100W Marshall più famosi
« Risposta #3 il: 28 Dicembre, 2012, 19:44:36 »
Mitico Tone Anderson !  :twisted: :twisted: :twisted: :twisted: :twisted:
Il martello degli dei | guiderà le nostre navi verso terre sconosciute | Per sconfiggere l'orda cantando e gridando | Valhalla sto arrivando. (Led Zeppelin - Immigrant Song)

Offline Alo

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Re:Marshall PLEXI "part 2" - 1968 e 1969: storia dei 100W Marshall più famosi
« Risposta #4 il: 28 Dicembre, 2012, 23:38:06 »
Tone sei veramente bravo a scrivere,arrivati alla fine si è dispiaciuti che non continui =D> =D>
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Offline STEFANO

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Re:Marshall PLEXI "part 2" - 1968 e 1969: storia dei 100W Marshall più famosi
« Risposta #5 il: 29 Dicembre, 2012, 11:34:34 »
complimenti, un bellissimo articolo,  grazie

Offline Carlocki

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Re:Marshall PLEXI "part 2" - 1968 e 1969: storia dei 100W Marshall più famosi
« Risposta #6 il: 29 Dicembre, 2012, 13:04:16 »
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Tone sei veramente bravo a scrivere,arrivati alla fine si è dispiaciuti che non continui =D> =D>

beh bravo, insomma non arriva ai miei livelli  :mrgreen:
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Offline francè

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Fantastico, grande Andrea!

Offline Gluca

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Mi sono ascoltato un po di cose in questi giorni.
Chiedo conferma visto che non posso avere esperienza diretta:
la '68 mi sembra l'ampli di passaggio tra i suoni più morbidi, caldi e scuri, a quelli più secchi duri delle metal panel, che poi è diventato il suono Marshall fino ai giorni nostri.
Mi sembra anche la sua morbidezza, forse unita al filtraggio, gli conferisce più gain, o almeno è quello che si percepisce, rispetto alla '69 e quelle venute in seguito. Poi ho scoperto che ampli del '68 sono state usati anche da Steve Stevens e Steve Vai, non proprio dei bluesmen  :mrgreen:

Offline Tone Anderson

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Mi sono ascoltato un po di cose in questi giorni.
Chiedo conferma visto che non posso avere esperienza diretta:
la '68 mi sembra l'ampli di passaggio tra i suoni più morbidi, caldi e scuri, a quelli più secchi duri delle metal panel, che poi è diventato il suono Marshall fino ai giorni nostri.
Mi sembra anche la sua morbidezza, forse unita al filtraggio, gli conferisce più gain, o almeno è quello che si percepisce, rispetto alla '69 e quelle venute in seguito. Poi ho scoperto che ampli del '68 sono state usati anche da Steve Stevens e Steve Vai, non proprio dei bluesmen  :mrgreen:

Dunque, il problema di fondo è questo: non si trova in tutto youtube un video decente che dia l'idea della potenzialità delle '68 12xxx, quindi ho dovuto accontentarmi e pescare il meno peggio.
Questo non per l'incapacità di chi suona, ma semplicemente per il fatto che la 12xxx è in assoluto l'ampli più versatile del lotto, quindi ha un carattere difficile da catturare in botta unica.
Paradossalmente forse i video dei cloni che girano, rendono meglio l'idea di base, ma dato che il thread è sui Marshall...


Provo a descrivere un po' meglio una 12xxx...
Col volume basso a 2-3 si ottengono clean sporchetti molto convincenti e tridimensionali, con una 69 già meno, è già più in your face e spara da subito.
Col volume a 5-6 si entra in campo ritmica hard rock piena e decisa, e sopra il 7/8 entrano in gioco compressione e sag, in quel range diventano velocemente pazzeschi: ti posso dire che facendo A/B con una JCM800 2204 che avevo, col gain e volume a palla, col volume a 10 la plexi 100 del 68 come cattiveria se la giocava. Più che altro perchè come gain erano bene o male li, ma la plexi era più completa come frequenze.
La 69 al confronto è più una macchina da riff, anche se la metti a 10 sagga ma meno, è più diritta e croccante, più brillante. E' per questo che fino a 6-7 di volume, una 69 ha più gain, ma sopra il 7, ne ha di più una 68.
Questo è impossibile da capire finchè non si prova in prima persona.

Steve Stevens, Vai, ma non solo: negli 80 è il modello che solitamente viene preso come base per modifiche..Ratt, Motley Crue.

Effettivamente è azzeccato definirlo l'ampli di passaggio tra blues/rock e hard rock. Credo che tu abbia descritto bene il motivo. E' più morbido e "texturizzato/tridimensionale" degli anni seguenti, sopratutto per il filtraggio, ma non abbastanza da essere considerato un ampli "seduto" tipo JTM45.
Diciamo che il primo ampli che puoi suonare con l'intenzione avanti sul tempo "ma anche no", quelli prima rendono più suonando di sfumature e tocco. Danno il meglio se li fai cantare di mano.
Se invece vuoi suonare proprio bello avanti mantenendo il carattere plexiano, la 69 è l'ampli giusto.
I metal panel sono ancora più brillanti, concepiti IMO per compensare pickup molto spinti tipo il superdistortion che uscivano. Comunque ponticellando si puo' compensare egregiamente anche con pickup "normali".

Spero di essermi spiegato..
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Offline GIULIO

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Re:Marshall PLEXI "part 2" - 1968 e 1969: storia dei 100W Marshall più famosi
« Risposta #10 il: 07 Gennaio, 2013, 13:47:41 »
Ancora complimenti Tone!!!

Dal paxolin forse sono passati alla bakelite???

Il colore ci starebbe... trilly1839
Qui ventum seminabunt et turbinem metent


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Offline Tone Anderson

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Re:Marshall PLEXI "part 2" - 1968 e 1969: storia dei 100W Marshall più famosi
« Risposta #11 il: 07 Gennaio, 2013, 17:53:46 »
Potrebbe essere bakelite..anzi direi di si.
Gia' nel 1971 cambia ancora colore..crema


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Offline Benny

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Re:Marshall PLEXI "part 2" - 1968 e 1969: storia dei 100W Marshall più famosi
« Risposta #12 il: 07 Gennaio, 2013, 18:10:24 »
Citazione
I metal panel sono ancora più brillanti, concepiti IMO per compensare pickup molto spinti tipo il superdistortion che uscivano. Comunque ponticellando si puo' compensare egregiamente anche con pickup "normali".


in realtà eran brillanti perchè in quel periodo in molti avevano inziiato a tirare gli ampli di finale.....per avere più gain....e a quel livello di gain se l'ampli non è brillante impasta di brutto.....

oltre ovviamente ad avere più aggressività e reattività di attacco sul palm mute

quindi, solo esigenza di suonare generi più hard con suoni più cattivi e tirati

Offline Gluca

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Re:Marshall PLEXI "part 2" - 1968 e 1969: storia dei 100W Marshall più famosi
« Risposta #13 il: 07 Gennaio, 2013, 18:17:59 »
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Spero di essermi spiegato..

Ti sei spiegato, ed hai confermato le mie impressioni.
Adesso capisco perché è l'anno più clonato.

Offline K.Szondi

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Re:Marshall PLEXI "part 2" - 1968 e 1969: storia dei 100W Marshall più famosi
« Risposta #14 il: 07 Gennaio, 2013, 18:19:40 »
direi thred epico.

Complimenti.

Grazie per il regalo.
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