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QUARTETTO D'ARCHI con la CHITARRA ELETTRICA! Tips & Trick Matteo Bottini

Quartetto d’Archi con la Chitarra Elettrica – Matteo Bottini

Avete mai sentito parlare di fare il violino con la chitarra? È una di quelle espressioni che, la prima volta, ti fanno sorridere. Poi ascolti il risultato e capisci subito di cosa si sta parlando: un suono morbido, senza attacco, quasi sospeso nell’aria, che ricorda incredibilmente i grandi strumenti ad arco. Violino, viola, violoncello — tutto questo con la tua chitarra elettrica, una pedaliera e un po’ di know-how armonico.

In questo articolo esploriamo insieme i contenuti del video di Matteo Bottini, uno dei chitarristi e didatti più apprezzati della nostra community, che nella sua collana Tips & Tricks ci porta in un territorio affascinante: costruire un vero quartetto d’archi usando quattro tracce di chitarra elettrica. Non si tratta solo di un trucco timbrico, ma di un vero e proprio lavoro di arrangiamento, con un’attenzione maniacale al movimento delle voci e alla conduzione armonica. Roba da far venire i brividi.

Se vuoi capire come ottenere quel suono vellutato, come impostare il routing della pedaliera in modo intelligente e soprattutto come pensare a quattro chitarre come se fossero un ensemble da camera, sei nel posto giusto. Siediti comodo, metti le mani sulla chitarra e iniziamo.

Il Segreto del Suono ad Arco: Eliminare l’Attacco

Il punto di partenza è capire cosa rende riconoscibile il suono di un violino o di un violoncello. La risposta è semplice quanto rivoluzionaria: l’assenza dell’attacco. Quando un archettatoo scorre sulle corde, il suono nasce in modo graduale, senza il tipico click iniziale del plettro sulla corda. È proprio quella morbidezza in ingresso che dà agli strumenti ad arco la loro caratteristica inconfondibile.

Per ottenere lo stesso effetto con la chitarra elettrica, Matteo utilizza una tecnica precisa: pennata con il volume a zero, poi apertura graduale del pedale del volume dopo l’attacco. In questo modo il plettro colpisce la corda, ma non si sente. Quello che arriva alle orecchie è solo la nota che cresce, proprio come farebbe un arco.

Esistono alternative più tecnologiche, come l’Ebow o i nuovi archetti progettati appositamente per la chitarra, ma l’approccio di Matteo è diverso: vuole il suono distorto, grosso, caratteristico della chitarra elettrica — e lo vuole gestire con la massima naturalezza. Ecco perché la scelta ricade su una soluzione ibrida tra pedaliera analogica e plugin digitali.

Perché il Pedale del Volume Non È la Stessa Cosa del Potenziometro

Questa è una delle distinzioni più importanti dell’intero video, e vale la pena soffermarci. Molti chitarristi pensano che abbassare il volume dalla chitarra e abbassarlo con un pedale del volume siano operazioni equivalenti. Non lo sono, e la differenza cambia tutto.

Quando ruoti il potenziometro della chitarra, stai riducendo il segnale prima che questo entri nella sezione di overdrive o distorsione. Il risultato? Meno segnale uguale meno saturazione, quindi il timbro cambia. Il suono diventa più pulito, meno compresso, diverso da quello che volevi.

Se invece posizioni il pedale del volume dopo la sezione overdrive nel routing della pedaliera, il segnale che arriva ai pedali di distorsione è sempre lo stesso, sempre alla stessa intensità. Quello che controlli col pedale è solo il volume finale, senza toccare minimamente il carattere del suono. Puoi aprire e chiudere il volume quanto vuoi, e la chitarra suonerà sempre con lo stesso timbro.

Nel setup di Matteo il routing segue questo ordine: accordatore (con buffer Boss), compressore, sezione overdrive, pedale del volume, e infine delay e riverbero nel plugin Pedalboard di Logic. Il compressore è fondamentale perché garantisce un sustain lungo, indispensabile per tenere le note mentre il volume cresce gradualmente. I delay — uno a quarti e uno a ottavi puntati con mix molto alto — e il riverbero con release generoso servono a coprire il brevissimo silenzio tra una nota e l’altra, quando si richiude il pedale per pennare di nuovo.

Quattro Chitarre, Un Solo Quartetto

La parte più affascinante del lavoro di Matteo è quella compositiva e arrangistica. Ha preso un giro di accordi classico — Re, La/Do#, Si minore, Si minore/La, Sol, Re/Fa#, Mi minore settima, La settima, Re — e lo ha arrangiato per quattro tracce di chitarra, pensandole esattamente come i quattro elementi di un quartetto d’archi.

  • Chitarra 4 — il violoncello: voce di basso, fondamenta armoniche
  • Chitarra 3 — la viola: voce tenore, spesso in movimento contrario rispetto al basso
  • Chitarra 2 — il secondo violino: voce intermedia, spesso con note tenute in comune tra gli accordi
  • Chitarra 1 — il primo violino: voce del canto, la melodia principale

Ogni accordo dura due quarti e mezzo, e l’arrangiamento è pensato in posizione stretta, con tutte le voci contenute nell’arco di un’ottava. Questo crea una densità sonora compatta e coesa, tipica degli ensemble da camera.

Il Movimento delle Voci: Dove Sta la Magia Armonica

Qui si entra nel cuore teorico della lezione, e Matteo non glissa. La conduzione delle voci — o voice leading — è la vera differenza tra un arrangiamento che suona bene e uno che suona benissimo.

Il principio guida è quello del movimento contrario tra le voci estreme. Quando il basso scende, il canto sale, e viceversa. Questo evita il famoso problema delle ottave parallele, vietato nelle regole dell’armonia classica e, soprattutto, sonoramente poco interessante. Le voci che si muovono per terze o decime (una terza all’ottava sopra) danno sempre un effetto gradevole e funzionale — e Matteo lo dimostra chiaramente con gli esempi al video.

Un momento particolarmente illuminante riguarda la risoluzione del tritono nell’accordo di settima di dominante. Quando si passa da La settima a Re, il Do# (sensibile) sale al Re, mentre il Sol (settima, o controsensibile) scende al Fa#. Questo movimento obbligato crea quella sensazione di risoluzione soddisfacente che conosciamo bene, e nell’arrangiamento Matteo lo rispetta scrupolosamente.

C’è anche un dettaglio pratico molto onesto: la chitarra elettrica, a differenza di un violino vero, ha un sustain che decade nel tempo. Una nota tenuta per due battute e mezzo non sempre regge. Per questo Matteo ha scelto di riprendere alcune note nel corso dell’esecuzione, anche se nella trascrizione scritta appaiono come un’unica nota lunga. È un adattamento intelligente alle peculiarità dello strumento.

Il Secondo Giro: Più Movimento, Più Colore

Nel secondo passaggio del giro armonico, Matteo si concede qualche libertà in più. A partire dal Si minore, sposta le voci superiori in un cambio di posizione che apre lo spazio per condurle in modo più interessante verso il Sol e il Re successivi. Il risultato sonoro è ancora più ricco, con un primo violino che finalmente si muove e porta melodia invece di tenere pedali lunghi.

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Applicazioni Pratiche: Dalla Suite da Camera al Rock

Un arrangiamento come questo, con quattro chitarre che simulano un quartetto d’archi, potrebbe sembrare un esercizio accademico fine a se stesso. In realtà è uno strumento compositivo potentissimo, e le applicazioni sono molte più di quanto si pensi.

Matteo stesso racconta che anni fa, lavorando con Massimo sul manuale Professione Chitarrista, aveva inserito due chitarre con questa tecnica in un arrangiamento complesso — con sezione ritmica, tastiere e tutto il resto. Due o tre chitarre in una band possono benissimo dividersi i ruoli armonici in questo modo, ognuna con la sua voce, il suo spazio, il suo contributo al suono complessivo.

L’importante è imparare a pensare polifonicamente. Invece di mettere tre chitarre a suonare lo stesso accordo in piena distorsione (soluzione che di solito crea solo fango), si assegna a ciascuna una voce specifica. Il risultato è trasparente, arioso, quasi orchestrale.

Qualche spunto per sperimentare in autonomia:

  • Prova a prendere un giro di accordi semplice e scrivere le quattro voci su carta prima di suonare
  • Usa il PDF che Matteo mette a disposizione come modello di riferimento per capire come muovere le voci
  • Inizia con due chitarre invece di quattro — già così il risultato sarà sorprendente
  • Sperimenta con diversi tipi di overdrive per trovare il timbro più simile all’arco che ti piace

La tecnica del volume swell, poi, non è limitata a questo tipo di arrangiamento. Funziona benissimo anche in contesti ambient, post-rock, o in qualsiasi momento in cui vuoi aggiungere una nota lunga e senza attacco a una texture già costruita.

Il lavoro di Matteo Bottini ci ricorda una cosa fondamentale: la chitarra elettrica è uno strumento con possibilità espressive quasi illimitate, ma per sfruttarle davvero bisogna conoscere sia la tecnica strumentale che l’armonia. Questi due mondi, spesso tenuti separati, quando si incontrano danno vita a qualcosa di davvero speciale. Come un quartetto d’archi che non ti aspetti di sentire uscire da una pedaliera.

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